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«La crisi in Medio Oriente nasce dal colonialismo», Rami Khouri

31 luglio 2014

Questo articolo di Rami Khouri è uscito su Internazionale del 18/24 luglio 2014. Il testo originale si intitola Colonialism never ended in Palestine ed è stato pubblicato dal quotidiano libanese The Daily Star.

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Tra pochi giorni si celebrano i cento dall’inizio della prima guerra mondiale e per comprendere meglio la situazione di quell’epoca possiamo osservare gli eventi di questi giorni in Palestina. Il comportamento di Israele offre una finestra perfetta sulla mentalità delle potenze occidentali coloniali di un secolo fa, quando meglio armate e convinte della propria superiorità nazionale uccidevano, occupavano, incarceravano, confinavano, massacravano, esiliavano, gassavano e in generale vessavano a piacimento gli arabi, trattandoli più come bestie che come esseri umani.

Oggi Israele si comporta con i palestinesi come le potenze coloniali francese, britannica e italiana si comportavano con gli iracheni, i siriani, gli egiziani, gli algerini e i libici un secolo fa. La sua colonizzazione di territori arabi e la sproporzionata furia militare contro i civili palestinesi sono una lezione di storia dal vivo su come le potenze coloniali trattavano i nativi considerati servi o sovversivi senza diritti, di cui occuparsi soprattutto attraverso continue dimostrazioni di forza.

Senza ricorrere alla mentalità coloniale, vedo solo due modi di spiegare perché a intervalli di pochi anni Israele scateni la sua macchina militare su una popolazione civile sostanzialmente indifesa contro i bombardamenti aerei.

O gli israeliani sono un popolo talmente stupido da non capire che i suoi ripetuti attacchi non bastano a ottenere la sottomissione, la passività e il servilismo dei palestinesi, oppure sono dei killer patologici che adorano la vista di case palestinesi bombardate, madri in lacrime e corpi straziati di decine di bambini.

So che gli israeliani non sono né l’una né l’altra cosa. Sono un popolo come tutti gli altri. Allora perché continuano a fare quello che stanno facendo, ossia scaricare nel giro di 36 ore quattrocento tonnellate di bombe sulle famiglie inermi di Gaza? Perché tornano a farlo a intervalli di pochi anni, nel continuo tentativo di fermare la resistenza armata dei palestinesi all’occupazione e ali assedio israeliani, senza mai riuscirci? Soprattutto perché il 90 per cento degli israeliani sostiene questa politica della guerra a ripetizione, rendendola una pecularietà nazionale invece che la folle aberrazione di un pugno di estremisti al potere?

Tutto questo succede perché Israele è intrappolato in quello che è forse il più lungo conflitto coloniale della storia, quello tra il nazionalismo/sionismo ebraico e il nazionalismo arabo-palestinese. Si comporta esattamente come le potenze coloniali con i popoli conquistati tra il settecento e il novecento. Questo conflitto è cominciato alla fine dell’ottocento, quando il Primo congresso sionista invocò la creazione di uno stato ebraico in Palestina e la promozione di insediamenti in un territorio che era abitato per il 90 per cento da arabi palestinesi. Per i 120 anni successivi il sionismo ebraico e l’arabismo palestinese si sono scontrati. Il sionismo ha avuto la meglio, non solo dal punto di vista militare, ma l’equazione fondamentale del dominio coloniale e della resistenza indigena continua.

Il conflitto è arrivato alla sesta generazione e non accenna a fermarsi. I palestinesi, che nel 1947 erano un milione e mezzo, sono diventati otto milioni. Non dimenticano chi sono e da dove vengono, non accettano le espropriazioni e l’esilio,non si rassegnano a vivere per l’eternità nella loro cattività babilonese.

Osservare Israele, la Palestina e il Medio Oriente alla luce delle conseguenze degli eccessi coloniali ci aiuta a capire i due fenomeni dominanti di oggi: l’instabilità di lungo periodo e i conflitti causati dal colonialismo in Medio Oriente e in altre parti del sud del mondo, e le tensioni latenti tra Palestina e Israele, retaggio della fine dell’ottocento.

I movimenti anticoloniali hanno messo fine al dominio occidentale in tutto il mondo tranne che in Palestina, dove i discendenti degli arabi autoctoni combattono ancora i discendenti degli immigrati sionisti. La piccola comunità ebraica che viveva da secoli in Palestina era parte integrante della cultura locale e non era considerata estranea o pericolosa perché non era ne estranea ne pericolosa, e non aveva una mentalità coloniale.

Tra le conseguenze del colonialismo c’è la sorprendente varietà di caos e violenza politica e settaria in tutta la regione, soprattutto in Siria, Iraq, Libia, Algeria e in altri territori colonizzati dalle potenze europee e in seguito razziati da leader militari incompetenti e sanguinari.

Questi tumulti e i violenti combattimenti in Palestina e Israele dimostrano che l’epoca coloniale non è mai finita davvero e che continuiamo a subire le orribili conseguenze delle azioni di uomini bianchi del nord i quali con le loro armi potenti e i loro aerei militari pensano di poter uccidere migliala di uomini del sud dalla pelle più scura nell’impunità più totale. E di poterlo rifare tre anni dopo. E poi di nuovo tre anni dopo, perché il colonialismo non vince mai e può essere superato solo con la liberazione e l’autodeterminazione.

Scritto da Reloj il 31 luglio 2014
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