Tre o quattro opinioni su punteggiatura, frasi lunghe, sintassi complessa e correttezza della lingua

29 Dicembre 2008

Mi capita sempre più spesso di leggere, in giro per blog o social network, diverse riflessioni sull’uso corretto – o, se vogliamo, scorrevole – della punteggiatura e delle frasi subordinate, non solo in ambito italiano, ma anche in ambito spagnolo; la costruzione di paragrafi lunghissimi è vista da molti come scarsa abilità nell’uso di una lingua, materna o straniera che sia, appresa dalla nascita o a scuola. Per esempio, io ora ho scritto una frase lunghissima che avrà fatto stramazzare al suolo molti di voi.

Un’altra cosa che dà fastidio (ma questo soprattutto fuori dall’Italia) sono quelle frasi che vengono costruite sulla base di una sintassi contorta fatta di forme verbali passive, che danno un aspetto accademico (ambiente, quello accademico, dove nelle pagine del proprio sudatissimo e documentatissimo lavoro vengono utilizzati, in sofisticati drappeggi linguistici, tutti gli artifici retorici a disposizione di tale studente o talaltro professore) a un testo italiano, ma grazie ai quali un testo in un’altra lingua (sia questa lo spagnolo, sia l’inglese) è reso pesante e poco leggibile. Per esempio, io ora ho messo il soggetto di una frase lunga alla fine, e un altro paio di voi è passato a miglior vita.

Poi c’è la scelta opposta. Ci sono quelli che scrivono frasi corte, non più lunghe di mezza riga. Certo, dipende dall’argomento. In letteratura dipende dal ritmo che si vuole dare al testo. In saggistica si tratta di migliorare la comprensione, dicono. Non sono tanto sicura. Ma so che se Schleiermacher avesse usato qualche punto in più sarebbe stato meglio per me. Non lo capisco. A me leggere paragrafi e paragrafi in questo stile mi intristisce. Mi infastidisce, perché scrivo così quando sono di malumore. Quindi ora basta perché non è il caso che mi deprima facendo esempi di scrittura, che poi devo uscire e bisticcio con qualcuno, e tra l’altro, se continuo così qualcun altro infartua e poi mi tocca uscire da sola.

Ed inoltre leggo spesso lunghi dibattiti sulla questione della D eufonica. Io la uso nel parlare – non sempre – ma credo che ci sia una ragione per la quale a me suonano meglio “ad esempio”, e credo che sia una questione atavica e latina che ora non ho nessuna voglia di eviscerare. Poi io non faccio testo perché tronco i verbi in prima persona singolare e terza plurale pur vivendo in un’isoglossa dove non si troncano (questo l’ho scritto perché è dal 2004 che volevo usare “isoglossa”).

Insomma, ognuno scrive come gli pare, anche se ovviamente ci sono dei paletti che bisogna rispettare: i miei paletti sono la concordanza dei tempi e poche altre cosette. Altri hanno molti più paletti, per altri ancora i miei paletti potrei benissimo andare a ficcarli dove la maggioranza dei parlanti se li è già ficcati. Ma per me non è poi tanto vero che il parlante rulez.

Tranne, ovvio, quando il parlante in questione sono io.

Scritto da Reloj il 29 Dicembre 2008
Contiene linguaggi, scrittura | 1 commento

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